Il Colloquio Motivazionale per il Trattamento della Tossicodipendenza

Drug Addiction Counselling in London | Treatment & Therapy

Come per molte altre problematiche di salute mentale, anche nell’abuso di sostanze uno degli ostacoli più ardui da superare è trovare la motivazione ad uscire dal problema. Le droghe, per propria intrinseca caratteristica, offrono un rinforzo intenso. In altre parole, le sensazioni piacevoli che innescano sono così potenti da spingere la persona a continuare ad assumerle nonostante gli effetti collaterali e sociali negativi. Oltre alle sensazioni fisiche in sé e per sé, le ragioni per continuare ad assumerle (e quindi, al non-cambiamento) sono spesso di natura più profonda. L’alcol, ad esempio, offre quella disinibizione e spinta necessaria a parlare con scioltezza, che costituisce un “premio” importante per chi soffre di timidezza o ansia sociale. Ogni dipendenza nasconde motivazioni specifiche, diverse per ogni persona.

L’intervista motivazionale (Motivational Interviewing, MI) si ispira alle tecniche non-direttive e umanistiche di Carl Rogers (approccio centrato sulla persona), e si pone lo scopo di trasformare il dialogo paziente-terapeuta in un’occasione per sviluppare la motivazione al cambiamento.

In particolare, gli autori Miller e Rollnick hanno pensato questa tecnica come un confronto di natura collaborativa, in cui si indagano gli obiettivi e i valori individuali del paziente, per stimolare in lui/lei un cambiamento desiderato, e non imposto dall’esterno (questo requisito è fondamentale per ogni cambiamento).

Il comportamento umano, anche quando patologico, risponde sempre a dei bisogni e delle motivazioni. L’intervista motivazionale richiede che si ponga da parte il giudizio e la visione semplicistica “giusto/sbagliato” per assumere una posizione più complessa.

Alcuni punti chiave di questa tecnica:

1. Il cambiamento non avviene perché il paziente o il terapeuta “è bravo”, ma è una conseguenza di una buona alleanza terapeutica

Il rapporto paziente-terapeuta instaurato in un clima di fiducia reciproca e rispetto (alleanza terapeutica) è ciò su cui si basa una buona psicoterapia in generale, un ingrediente imprescindibile per la riuscita del programma di cura. Per questo, gli autori dell’MI sottolineano che non è possibile attivare un cambiamento senza questo elemento di base. Non esistono quindi pazienti “difficili” in assoluto, o perennemente in negazione del problema: esistono terapeuti e pazienti che non sono ancora riusciti ad entrare in sintonia e collaborazione autentica.

2. Parola chiave: empatia

Empatia significa assumere una posizione di curiosità, di interesse e di condivisione con le emozioni del paziente. Con questo atteggiamento, il terapeuta può porre domande come: Che problemi ti causano le droghe? Ma anche quesiti più provocatori (sempre con tatto), come: quali vantaggi ti spingono a continuare?

3. Esasperare l’ambivalenza

In ogni storia di dipendenza ci sono dei costi e dei benefici. La persona che abusa di sostanze si trova sempre a mediare tra questi due lati della medaglia, cercando di giustificare la propria ambivalenza nei confronti della sostanza: da un lato, anela ai suoi benefici e al sollievo che sembra donare dalla vita di tutti i giorni, dall’altro prova vergogna, impotenza o altre emozioni negative, quando si accorge di non riuscire a controllarla od a contenerne gli effetti collaterali (es. un licenziamento, ritiro patente per guida in stato di ebbrezza). La MI si focalizza anche su questo aspetto di ambivalenza, cercando di mostrare al paziente le discrepanze tra ciò che egli/ella racconta a sè stesso/a riguardo alla sostanza, e ciò che realmente accade.

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